Quando ci vuole ci vuole

Fummo rivoluzionari, perché non avremmo potuto essere altro. Fummo violenti, per necessità o per attitudine, per dolore o per rabbia, per crudeltà ed utopia. Non siamo mai realmente stati perdonati e non abbiamo chiesto scusa per i nostri peccati. Ma troppo spesso chi ci avviò o costrinse alla violenza, poi, ci ha condannati.
 

In compenso, oggi, i partiti di governo si definiscono “partiti dell’amore”, mentre le presunte opposizioni si riempiono la bocca di frasi stantie su diritti, democrazia e legalità,
Le guerre sono diventate missioni di pace o, al massimo, di polizia internazionale ed un uovo lanciato contro una sede sindacale diventa un atto terroristico o una intollerabile minaccia.
Incuranti di cadere nel ridicolo, media e rappresentanti politici e sindacali fanno a gara per rimuovere la violenza dal discorso socio-politico contemporaneo, nella speranza di esorcizzare oppure di rimuovere e nascondere le forze oscure e i conflitti che si agitano al di fuori dello schermo di ciò che vogliono presentare come realtà.
La violenza è rimossa nella sua essenza o al massimo è presentata come residuo di un passato superato, di società barbariche o di attività, sempre e comunque, illegali e criminali.
Frutto di un errore, frutto dell’ignoranza, residuo animalesco della specie ormai pronta, nelle società evolute, a rimuoverla dal proprio patrimonio culturale e genetico.
Eppure, eppure…
Già nel 1970, Hannah Arendt, una delle menti più lucide del secolo appena trascorso, si rifiutava comunque di relegarla soltanto agli istinti irrazionali ed animaleschi. Arrivando invece a sostenere che nella violenza della rivolta contro l’ingiustizia, o contro ciò che può essere ritenuto tale, essa esprimeva un elevato grado di razionalità.
Anzi, per l’autrice de “La banalità del male”, proprio nel rifiuto dell’ingiustizia e nella battaglia, non solo morale, contro l’ipocrisia, sarebbe possibile individuare chiaramente la manifestazione di un pensiero razionale, mentre semmai è irragionevole dare per scontato lo status quo.

Prima di rifiutare e di ignorare la violenza occorre quindi sapere che ne esistono diversi tipi. Esiste una violenza necessaria; esiste una violenza immaginaria ed esiste una violenza liberatoria. Ma esistono anche una violenza inutile, una gratuita ed anche una puramente sadica. Così come esiste una violenza del potere ed una della rivolta. Scinderle tra di loro non è spesso facile. Una può tirare con sé l’altra e rovesciarsi così nel suo contrario.

In tutti i periodi storici, la vita sociale degli individui si è basata principalmente su relazioni di potere, fondate sul rapporto comando-obbedienza. La formazione degli stati moderni e quindi l’affermazione del principio di democrazia, ha fatto credere che le relazioni comando-obbedienza e le violenze coercitive, tipiche degli stati autoritari, starebbero scomparendo. La violenza può essere delimitata ma non può scomparire, perché anche gli stati democratici devono far uso della forza coercitiva per mantenere l’ordine sociale e difendere i diritti e le libertà conquistate. Alla luce di questo, possiamo affermare che l’esercizio del potere ha un ruolo fondamentale nei rapporti tra le persone e tra queste e lo stato.

Vi è una sola classe dirigente, composta da imprenditori, politici e militari; tale classe dirigente prende liberamente le proprie decisioni senza essere sottoposta ad un effettivo controllo popolare. Il dominio di questo tipo di élite sulla società, è pressochè totale.

Ciò è concausa della disobbedienza civile, che è una forma di lotta politica, attuata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di persone, che comporta la consapevole violazione di una precisa norma di legge, considerata particolarmente ingiusta, violazione che però si svolge pubblicamente, in modo da rendere evidenti a tutti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa. L’obiettivo di chi attua questa strategia di lotta è quello di evidenziare, mediante la propria disobbedienza, l’ingiustizia, a suo avviso palese.

Se invece si parte dal presupposto che lo stato è una costruzione umana, che non è infallibile, e che è diritto dovere dei cittadini di vigilare affinché esso non abusi del suo potere, allora, in questa prospettiva la disobbedienza civile appare salvifica e meritoria.

Uno dei massimi analisti (oltre che fautore) della disobbedienza civile contemporanea è lo storico radicale americano Howard Zinn. Nella sua celebre raccolta di saggi “Disobbedienza e democrazia”, egli ci ricorda come “E’ giusto disobbedire a leggi ingiuste, ed è giusto disobbedire alle sentenze che puniscono la violazione di quelle leggi”. Nello stesso testo l’autore ci mostra poi, con resoconti e testimonianze, come molti diritti civili negli Usa siano stati conquistati solo con la disobbedienza: le stesse giurie, chiamate dallo stato a giudicare i disobbedienti, pronunciavano verdetti di assoluzione (jury nullification), dopo essere state sensibilizzate dalla disobbedienza civile stessa, a dimostrare che l’obiezione di coscienza può essere più importante della ragion di stato.
 

In ogni caso la causa della rivolta è l’ineguaglianza.
(Aristotele)
Ecco che si può arrivare alla rivolta o ribellione, un atto di sollevamento del popolo contro un ordine costituito, che il più delle volte è lo Stato. Più specificamente, la ribellione può anche riferirsi al rifiuto di una legge, di un principio o anche di una moda. I ribelli possono manifestare il loro dissenso attraverso la disobbedienza civile o anche atti di violenza. La rivoluzione (dal tardo latino revolutio, -onis, rivolgimento) è un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello.
La rivoluzione in politica è un radicale cambiamento nella forma di governo di un paese, comportando spesso trasformazioni profonde di tutta la struttura sociale, economica e politica di un sistema, al sorgere di un nuovo tipo di cultura politico-sociale.
Le rivoluzioni comportano spesso azioni violente, anche se esistono le cosiddette “rivoluzioni non violente”. Possono essere associate ad un colpo di stato che cambi in maniera netta il governo.
Per quanto divergenti nei loro obiettivi, le teorie classiche della rivoluzione hanno in comune due componenti fondamentali:
  • la teoria del “diritto di resistenza”, secondo cui è legittimo, se non doveroso, che le masse popolari si ribellino alle autorità sociali e politiche, quando subiscono un’evidente ed intollerabile situazione di ingiustizia;
  • la teoria della “guerra giusta”, secondo cui il popolo ha diritto di ricorrere alla violenza rivoluzionaria, quando questa serve a correggere torti e ingiustizie molto gravi (questa teoria, con origini medievali, giustificava la violenza e le guerre).

Gandhi condivideva il primo di questi due principi ma rifiutava il secondo.

Il diritto di resistenza discende anche dal contrattualismo e dalla teoria politica di John Locke, fondata sui diritti irrinunciabili dell’individuo. Se i governanti calpestano i diritti naturali, vengono meno i fondamenti del patto e si configura il diritto del popolo a resistere.
La “guerra giusta” presuppone da chi la mette in atto una giustificazione morale che riguarda la sua legittimità (lo ius ad bellum, il diritto di fare la guerra) e il modo di condurla (lo ius in bello, la guerra combattuta secondo giustizia). Lo “ius in bello” é la situazione di chi combattendo si interroga sui motivi, se siano giusti o meno, di ciò che sta facendo e quali limiti debba avere la sua azione violenta come ad esempio quelli di escludere i civili dai combattimenti.
Secondo lo “ius ad bellum” la guerra può in genere essere considerata come “legittima”, giustificata, quando risponde ad una necessità di autodifesa così come accade nel diritto individuale dove ciascuno è legittimato a difendersi per la salvaguardia della propria integrità o a soccorrere chi è stato violentemente aggredito.
In effetti giudicare sempre lo “ius ad bellum” come una forma legittima di autodifesa é improprio in quanto, per le proporzioni che assume, una guerra, come fenomeno di massa, é molto meno controllabile rispetto a chi personalmente si difende con la forza. Nella guerra, bisogna allora prevedere che inevitabilmente si andrà oltre i limiti dell’autodifesa.
Resta il fatto che la coscienza, la comprensione e soprattutto la conoscenza rimangono i primi paletti onde evitare la propagazione e il nascere di tali violenze, purtroppo il sistema vigente e tutto ciò che sta accadendo intorno, non sta aiutando le masse, ma al contrario le sta rendendo sempre più succubi in tutti i sensi, e le sta facendo entrare in una spirale di non ritorno. E’ tempo per tutti di aprire gli occhi e di svegliarsi dal torpore che ha causato questo sistema destinato a cadere solo se il popolo sarà combattivo e consapevole contro quelle poche elite governanti che continuano ad imperare, con l’obbiettivo di avere il controllo assoluto. 

Le prossime generazioni nemmeno si accorgeranno dei cambiamenti che stiamo assistendo, per loro sarà la normalità, ottuse fin dalla nascità, cresciute e indottrinate come perfette pecore, senza la libertà di pensare davvero con la propria testa.  

La nostre generazioni sono le uniche che possono contrastare questa avanzata, con o senza violenza, il fine è quello di fermare la loro ascesa, così da permettere un tranquillo e pacifico futuro per l’umanità. La rivoluzione culturale è il primo passo per poter cambiare gli eventi.
Una grande visione
è necessaria
chi la possiede deve seguirla
 
come l’aquila segue il blu
 
profondo del cielo.
(Crazy Horse)
Tratto da Carmilla
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Quando uscirò di prigione

Quando esco di prigione finalmente potrò sentirmi libero,

libero di poter vivere, non sopravvivere.

Potrò essere libero di lavorare non come condanna,
ma come mezzo di soddisfare il mio bisogno,
e non che sia una necessità.

Quando esco di prigione finalmente non avrò paura di morire per mano degli aguzzini di Stato, sarò libero di esprimermi senza la paura di ritorsioni, di delusioni, di illusioni.

Potrò essere libero da queste catene, da queste sbarre di metallo che al solo toccarle ti angoscia,ti aliena, ti distrugge.

Quando esco di prigione potrò vivere felice, in collettività, con tutti i miei fratelli di tutti i colori, di tutte le nazioni.

Potrò essere libero di vivere in pace, senza una guerra o una rivolta perchè non ce ne sarà bisogno.

Come non ci sarà bisogno di bandiere, di Partiti, di capipopolo,di sofisti, di arrampicatori sociali, di populisti.

Sarò finalmente libero di aver fiducia nell’uomo, senza rancori, senza approfittatori.

Quando uscirò di prigione sarò uguale agli altri, con gli stessi diritti, senza bisogno di chi gestisce la mia pseudo libertà.

Potrò essere libero di essere me stesso, senza adeguarmi per poter sopravvivere assieme agli altri, senza strisciare come un verme.

Sarò libero di amare, sognare, pensare e senza che gli altri lo facciano per me.

Quando esco di prigione forse sarà troppo tardi, forse non uscirò mai, ma non smetterò mai di tentare un evasione.

La prigione è questo attuale Sistema e fuori sicuramente c’è un mondo migliore.

L’Incarcerato 

La Cicala, mini tributo a Rodari

Nasceva il 23 ottobre di novant’anni fa e forse avrebbe anche potuto trascinarsi sino a questi nostri anni , ma evidentemente aveva scritto altro sul libro del suo destino il buon Rodari. Sicuramente s’era impegnato con i suoi angeli e le anime dei suoi consiglieri a fare della sua vita un traccia ben visibile ed indelebile, a portare l’insegnamento ed il punto di vista d’un mondo altro laddove i cuori e le  menti erano ricettive e magnificamente capaci di comprendere e di impostare vita…sapienti! Di quella sapienza che è la capacità di accettare il mondo. Ha parlato all’anima dei bambini e degli adulti attraverso loro.
Egli fu, la dimostrazione pratica, tangibile ed inappellabile di come un punto di vista possa, se elaborato , diffuso e supportato da coerenza e fede divenire universale. Sì perchè Rodari lo è universale . Io non sono uomo da commemorazioni e celebrazioni, vanno contro la mia natura fondamentale. Aborro gli intellettuali che riempiono di astrusi riferimenti e di dotte citazioni il proprio percorso, quindi mi limiterò ad una riflessione su una goccia nell’immensa, fortunatamente, produzione dell’uomo di cui stiamo parlando…una sorta di poesiola zen.

Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l’avara formica
io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende…
regala!

(da Filastrocche in cielo e in terra – Gianni Rodari)
Giocando al gioco del critico e dell’intellettuale conseguente, del magnifico deduttore di profondi sensi…ed irridendo un poco questo ruolo, prendendomi in giro come, probabilmente, avrebbe fatto il Rodari medesimo.Il ruolo della poetica è quello di sintetizzare, in un concetto, in una frase un afflato dell’anima, Rodari è pedagogo, favolista educatore e non perde l’occasione di insegnarci qualche cosa. Quanta verità racchiusa in una filastrocca…da confondere.
Come il favolista che è egli gioca con la sintesi e la metafora, con il senso e la parola e con l’uso delle immagini della fantasia infantile.
Molto si sottovaluta l’input che viene immesso nella mente dei bambini quasi che non fosse nei primi anni di vita che si formi il carattere ed il modo in cui il mondo verrà poi affrontato, a volte si delega, molto ad altri questo input o si accettano immagini e modelli stereotipi, che vengono proposti dalla società e dal potere.
Questo avviene ancora e sempre per questa convinzione, radicata anche negli alternativi, che esista una base comune…al di fuori ed al di sopra, dell’unico pensiero comune e della cultura che il potere permette arrivi sino a noi, ci si culla nella convinzione che sia in una seconda fase, più matura che si formino le convinzioni e le visioni di mondo…il senso critico. A mio umilissimo parere mai come ora è stato così falso. Torniamo però alla filastrocca sulla quale mi ero impegnato a rimanere.
 
Anche io sto con la cicala, per una serie di ragioni…non mi piace la proposta di mondo della formica, questo intruppamento…la dedicazione totale dei molti all’unica, mi spaventa. Il ruolo della regina e del formicaio è un’immagine assolutamente terrorizzante, così come non approvo il meticoloso risparmio per un domani assolutamente incerto, risparmio che poi si trasforma in quello dei sentimenti, dell’empatia…della compassione.
Il modo di stare nella natura di sora formica è troppo simile a quello dell’uomo, devastante, esclusivo, proprietario. Sebbene, certamente l’uomo sia persino peggiore essendo parassitario, mentre quello della formica non lo è.
La cicala invece vive di quel che c’è il qui ed ora, cantandone le lodi e regalando al mondo gioia e spensieratezza.

É leggera dove l’altra è pesante.
Non perfora il terreno!
Non accumula!
Non ricerca risorse, sfruttandole!
Non fa campi di concentramento!
Non crea eserciti!
Non ha interesse nella conquista!

S’appoggia e canta e non per questo non pensa a sé stessa, ma vive l’estate…perché quello è il suo tempo.
Non cerca scampoli di eternità nell’accumulo dei beni…nel furto organizzato e sistematico, non piega la natura ai suoi bisogni.
É sciocca, vanesia, imprevidente? Non credo è naturale, mentre la formica della fiaba non lo è…metafora d’uomo.
Pensata per insegnare il risparmio e la cautela, l’accumulo, il modello della società che piega la natura alle sue esigenze investendo sul proprio domani e creando i granai…ed i padroni dei granai…non mi piace.
Son tempi di crisi questi…milioni di formiche hanno studiato ed elaborato modi di accumulare, di conservare, ne han fatto cultura, menandone vanto.
Come se il costruire magazzini fosse indice di civiltà.
Come se il concepire cose da collezionare e conservare fosse segno di genio.
Come se l’allevare altri animali per il macello fosse segno di superiorità.

Quando poi viene il tempo di vivere con quello che c’è non si è capaci di farlo ed il qui ed ora, anziche essere la normalità diviemne appannaggio di veri o presunti maestri.
La mancanza di un deposito pieno crea scompiglio, dolore, senso di privazione.
Io non metto in dubbio che sia dolore vero, ma quanto meglio vive la cicala…che sa cantare il nulla, che è grata del semplice essere…del sole e del vento. Che non accumula, perché nulla si porta dove stiamo andando.

La politica del futuro

L’anarchia (dal greco antico: ἀνα-ἀρχή, senza-governo) è una concezione politica basata sull’idea di un ordine fondato sull’autonomia e la libertà degli individui, contrapposto ad ogni forma di Stato e di potere costituito.

Etimologicamente la parola anarchia deriva dal greco αναρχία (anarchia), che si può tradurre con “senza governante” (α-(a-) significa “senza” [alfa privativa], la radice αρχή- (archè) può essere tradotta con “governo“, anche se il significato specifico sarebbe “comando”, “ordine”).
In origine la parola veniva usata prevalentemente in senso dispregiativo, per indicare il disordine, il caos, l’assenza di armonia, in accordo col suo etimo. In tal senso la utilizzava in parte anche William Godwin, oggi ritenuto il primo pensatore anarchico, giungendo però ad una tale contrapposizione con l’ordine governativo costituito in grado di rivalutarne il significato. Gli anarchici attribuiscono a questo termine il significato di un nuovo ordine che si contrappone al caos selvaggio dell’autorità, un tipo di società basato sull’orizzontalità che crea armonia. Il primo a utilizzare la parola anarchia in tal senso fu Pierre-Joseph Proudhon.

Si invita il lettore a pensare l’etimologia di “anarchia” come “anà arkè”, cioè “al di sopra dell’autorità”: in tal modo si apre un nuovo orizzonte per la concezione dell’anarchia stessa, che invita alla riflessione e riesce a scardinare in qualche modo le connotazioni dispregiative che la storia ha saldamente legato al termine.

Il principio fondamentale che sta alla base del pensiero anarchico si fonda su un ideale di libertà estrema che precluda qualsiasi forma di governo (“Tutti i partiti senza eccezione, nella misura in cui si propongono la conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo”), “Il governo sull’uomo da parte dell’uomo è la schiavitù”, “Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore ed un tiranno: io lo proclamo mio nemico” – Pierre-Joseph Proudhon

Un altro significato del termine anarchia è quello che lo identifica con caos, disordine e confusione, che però differisce completamente dal significato attribuitogli dal pensiero anarchico, nonché dalla sua etimologia.
Gli Ideali Anarchici
Sono varie le interpretazioni che gli anarchici danno dell’idea di anarchia, la quale, nel corso della sua storia, non è mai stata una dottrina sempre politicamente uniforme e lineare. Tutte le interpretazioni hanno tuttavia come nucleo centrale un elemento comune costituito dalla necessità dell’annullamento dello Stato e del principio del potere. Tutti gli anarchici sono cioè concordi nel considerare l’abolizione dello Stato, condizione necessaria per il successo della dottrina anarchica. Anarchia era invece precedentemente esclusivo nel descrivere caos e situazioni di disordine sociale; non essendo ciò che sostengono gli anarchici e anche per evitare questa confusione tra politica e anarchia in senso lato, venne utilizzato contemporaneamente, precisamente dal 1857, il termine libertario, coniato da Joseph Déjacque, scrittore anarchico. Acrazia infine è analogo termine, di uso francofono, meno diffuso in lingua italiana. Anarchia, libertarismo, acrazia diventano quindi sinonimi a partire dalla seconda metà del XIX secolo, con sfumature relative al contesto ed alle epoche. Con Anarchismo infine, più stringentemente intende il movimento in senso concreto, il quale si divide in molti rami, e si ritiene la continuazione ideale dell’opera della Rivoluzione Francese, senza i relativi errori, come descritti da Godwin.

L’idea di Anarchia prevede, a livello sociale, che individui e collettività scelgano per relazionarsi fra loro un insieme di rapporti non-autoritari.
Anarchia è anche la ricerca e sperimentazione di una organizzazione sociale orizzontale.
Una società anarchica è una società che vuole basarsi sul libero accordo, sulla solidarietà, sulle libere associazioni, sulle unioni, sul rispetto per la singola individualità che non volesse farne parte, secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta.
In una società anarchica si rifiutano quindi leggi, comandi, imposizioni, principi fondati sul volere della maggioranza, rappresentanze, discriminazioni, guerre come metodo per risolvere contrasti, realizzando la gestione ed il superamento dei conflitti attraverso chiarimenti ed accordi tra i diretti interessati.
Nessuna teoria anarchica ha mai teorizzato l’assenza di regole e di interazioni sociali, in quanto l’anarchismo non lascia nulla al caso-caos, ma propone un nuovo modo di concepire la società, costruito intorno a norme e/o principi etici egualitari, condivisi e non imposti dall’alto.


Personaggi e Fasi dell’Anarchia

Secondo Bakunin, il movimento Anarchico è caratterizzato da due tipi di esponenti:
Distruttori: sono coloro che, mediante la ribellione (sia di tipo politico sia di tipo rivoluzionario) distruggono l’autorità costituita e l’ordine vigente di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Creatori: sono coloro che, sulle macerie del vecchio mondo si dimostrano in grado di apportare benefici al nuovo, diffondendo l’idea anarchica e favorendo la sua instaurazione.
Sempre secondo Bakunin, l’instaurazione dell’anarchia avviene attraverso due fasi:
(confusione) : fase distruttrice, caotica con cui minare le fondamenta del potere e dell’autorità costituita. Molti identificano l’anarchia con questa sola fase, ma questa non è ancora anarchia, questo è caos. Questa fase potrebbe manifestarsi per altre cause e per mano di altri gruppi politici, senza l’intervento di associazioni anarchiche, anche se, in questo caso, sarebbe molto più difficile passare alla seconda fase.
(ordine) : fase in cui le persone si rendono conto della loro capacità di autogovernarsi e vivere in armonia, mediante aiuti reciproci, al di fuori di dinamiche autoritarie e gerarchiche.
Alcune persone credono oggi che sia possibile arrivare ad una società anarchica senza passare dalla fase caotica, ma mediante riforme sociali graduali, che puntino ad incrementare il potere individuale, annullando il controllo statale. Altri ancora creano gruppi anarchici che conducono vita comune fungendo da esempio sull’alternativa possibile.


Conflitto e Accordo

Non vi saranno presumibilmente solo situazioni di pace e ci saranno ancora conflitti tra gli esseri umani, ma le contrapposizioni saranno qualitativamente differenti da quelle attuali. In una società anarchica la giustizia non può essere prerogativa di un’istituzione, ma è nel percorso di accordo, generale o singolare, collettivo o individuale, fra le persone. Il dissenso e il conflitto sono riconosciuti come normali ed umani; anarchico è il cercare di accordarsi.
Più recentemente, l’anarchia è stata vista da alcuni come caratterizzata (in virtù dell’assenza di un monopolio della forza) da rapporti di forza più equi tra gli individui, condizione che implicitamente scoraggerebbe il ricorso al conflitto, poiché quest’ultimo solitamente appare utile solo a coloro che sono sicuri di un esito favorevole. Si pensa che, nella maggior parte dei casi, i conflitti verrebbero sostituiti da trattative con esiti piuttosto equilibrati tra le parti in causa. In generale, gli esiti di ogni contenzioso verrebbero influenzati,soprattutto dall’intensità delle loro pretese.

 

Accordo e non solo Consenso

Una società anarchica non è una società del consenso (più o meno estorto, più o meno indotto), ma una società continuamente rigenerata dall’accordo. Secondo il pensiero anarchico solo la libertà può generare la libertà, solo la giustizia genera giustizia. Per ripristinare questi significati originari dell’etimo “senza principe”, bisognerà modernamente distinguere Anarchia da anarchismo. Se Anarchia è il principio filosofico, anarchismo è la modalità storica in cui si è manifestato, includendo espressioni violente e di ricorso alla lotta armata. Se sono comprensibili le necessità storiche (e dunque la lotta armata risorgimentale) – oggi tuttavia non si può accettare l’uso della violenza.

Un anarchico è una persona che non vuole padroni. Una persona che non vuole padroni non ha nessun interesse ad essere il padrone di qualcuno. Per un anarchico, essere il padrone di qualcuno è un’idea ripugnante. Quindi, l’anarchico non può avere nessun interesse a convincere qualcuno con la forza. Tanto meno mediante l’uso delle armi. Malgrado questa evidenza, spesso il potere ha attribuito agli anarchici atti di terrorismo, soprattutto attraverso la tecnica delle infiltrazioni. La dinamica è questa: si paga qualcuno perché si inserisca dentro un contesto di protesta. Questo qualcuno pagato svolgerà un’azione violenta, così da generare riprovazione della opinione pubblica verso quel movimento di protesta. Il potere paga qualcuno che si finge anarchico per svolgere un’azione terroristica che è funzionale all’inasprimento del potere. Si incastra l’anarchico, così il potere trova il capro espiatorio. Per contro, la nobilità dell’idea anarchica associata alla non-violenza è rintracciabile nell’idea di Gandhi che, di fronte al Congresso Indiano, chiaramente affermò: “Io stesso sono un anarchico, ma di altro tipo”. Gandhi si riferiva alla sua idea di non-violenza e precisamente al ripudio dell’uso della forza e all’esclusiva consapevolezza della coscienza nell’affermare, individualmente e collettivamente, un sistema sociale fondato non sul caso ma sulle cause dell’agire, e cioè sulla responsabilità.
Secondo il pensiero anarchico le necessità di pace, giustizia e benessere non possono quindi giustificare strutture di potere pubbliche quali Stato, Chiesa ed Esercito.

Organizzazione

In una società anarchica, si distingue nettamente l’organizzazione da potere, autorità e gerarchia. Partendo dal fatto che potere, autorità e gerarchia danno una libertà e una giustizia illusorie, perché sono fondati proprio sul contrario della libertà e proprio sul contrario della giustizia, in una società anarchica si segue il filo d’Arianna dell’antiautoritarismo verso ipotesi organizzative di vita in comune, che permettano una sempre maggiore realizzazione delle potenzialità individuali e collettive.
L’organizzazione antiautoritaria si ottiene con società di dimensioni non enormi (come un consiglio di fabbrica o un’area territoriale ristretta) che siano prive di gerarchie. Le decisioni vengono quindi prese con modalità assembleari, preferibilmente basate sull’unanimità e non sulla maggioranza. Esiste il meccanismo della delega, per alcuni specifici compiti, ma deve avere due caratteristiche fondamentali: il delegato deve fare ciò che viene deciso dall’assemblea, non decidere in prima persona cosa fare; in caso di malafede o incapacità la delega deve essere revocabile in qualsiasi momento.

Tematiche anarchiche

Antielettoralismo
Gli anarchici sono contrari alle elezioni. In una società anarchica le elezioni non possono esistere, perché non può esservi il concetto di rappresentatività. Gli anarchici non ammettono una delega che non sia revocabile in qualsiasi momento o che dia un mandato decisionale a chiunque. Anche i referendum si scontrano con l’anarchismo: gli anarchici non ammettono un governo della maggioranza, perché le decisioni devono essere condivise da tutti.

Antimilitarismo
Gli anarchici sono contrari a qualsiasi forma di autorità priva di legittimità e riconoscimento, tanto più se violenta e gerarchica: pertanto non possono che odiare gli eserciti, considerati il braccio armato degli Stati. Simone Weil scrisse che il soldato è il più sfruttato fra tutti i lavoratori, perché gli si chiede di sacrificare la propria vita. Quando il servizio militare di leva era obbligatorio, gli anarchici in linea di principio erano per l’obiezione totale, che in effetti in molti praticarono, scontando le dovute pene nelle carceri militari.

Antirazzismo
Tutti gli uomini sono e devono essere pari, per gli anarchici. Pertanto considerano pari anche le etnie. Il razzismo è una forma di discriminazione particolarmente grave, che oggi è spesso legata al nazismo e una volta era spesso legata al colonialismo, due concetti entrambi nemici dell’anarchismo.

Antisessismo
Il sessismo è per gli anarchici una gravissima forma di discriminazione. Per sessismo si intende generalmente il maschilismo; generalmente gli anarchici non attaccano con la stessa forza il femminismo, in quanto comprendono che è nato come reazione a un sistema che discrimina uno dei due sessi. L’antisessismo, naturalmente, comprende anche la lotta a fianco delle persone omosessuali e transessuali. Essendo il sessismo radicato profondamente nelle nostre culture, gli anarchici non si considerano immuni ad esso, ma ne analizzano le dinamiche e tentano di annullarle nel quotidiano.
Fu anarchica la militante antisessista “ante litteram” Emma Goldman, che è tutt’oggi la più citata in questo campo. Si distinse infatti per la profondità delle sue analisi, mai ipocrite e per lo più ancora attuali, e per le lotte di cui fu pioniera: ad esempio gli anticoncezionali, la difesa della prostituzione quando non è sfruttata, o la sua indifferenza alla questione del voto alle donne (sommare un errore a un altro errore, diceva, non produce qualcosa di giusto).

Antispecismo
Lo specismo è qualcosa di simile al razzismo: se quest’ultimo è la supposta superiorità di una razza sulle altre (generalmente la razza bianca), lo specismo è la supposta superiorità della specie umana su tutte le specie animali. Molti anarchici lo combattono rifiutando di mangiare carne (ma anche pesce e derivati) e ciò è ben noto come vegetarismo. Molti anarchici rinunciano anche a qualsiasi cibo o prodotto legato allo sfruttamento animale (pellami, latticini, uova, spettacoli circensi con animali), si dichiarano animalisti e si battono contro numerose pratiche come caccia, vivisezione e allevamenti da pelliccia.
Il vegetarismo e l’antispecismo non sono patrimonio esclusivo degli anarchici, ma sono scelte più diffuse fra essi rispetto a persone di qualsiasi altro orientamento politico, perché si basano su un desiderio di parità assoluta: non solo tra esseri umani, ma anche nei confronti degli altri esseri senzienti, senza discriminazioni fra le specie animali.

Autogestione
Gli anarchici prendono le decisioni comuni in maniera assembleare. Nelle assemblee anarchiche si mira a raggiungere l’unanimità su ogni decisione (sebbene in alcune circostanze delicate ed urgenti anche gli anarchici abbiano talvolta votato a maggioranza). Ogni individuo ha diritto di voto, ma le dinamiche che naturalmente ed inevitabilmente si creano in un gruppo libertario portano ognuno a utilizzare questo diritto solo quando è necessario. Unanimità non significa essere tutti completamente d’accordo su qualcosa, ma trovare una sintesi tra le varie posizioni che non prevarichi nessuno. La maggioranza non ha dunque alcun potere sulle minoranze. È inoltre fondamentale l’orizzontalità del gruppo, cioè l’assenza di gerarchie.
L’assemblea racchiude in sé tutto il potere decisionale e non dipende da alcuna entità esterna. Rifiuta dipendenze anche di tipo politico o economico da sovrastrutture come il comune, la regione o lo stato; ma nemmeno una federazione anarchica ha alcun potere sulle assemblee che ne fanno parte.
Ogni individuo che compone l’assemblea libertaria non può però considerarsi incatenato ad essa. Qualora, per qualsiasi ragione, un percorso comune non sia possibile o desiderabile, l’individuo ha il diritto di uscire dal gruppo e l’assemblea ha il diritto di espellerlo. Qualora un individuo esterno voglia unirsi al gruppo, deve poterlo fare, previo consenso di tutti i membri. L’assemblea si dà le sue regole interne; si tratta naturalmente di regole condivise, non scritte, mutabili nel tempo a seconda delle volontà degli individui coinvolti.

Internazionalismo
Gli anarchici non riconoscono gli stati, perciò non possono riconoscere alcuna frontiera. Inoltre considerano tutti gli uomini (indipendentemente dal loro sesso, razza, lingua e cultura) non soltanto pari, ma anche fraterni. Sono per una solidarietà che non può essere delimitata da una linea geografica. Anche gli individualisti, che pensano talvolta che i rapporti umani debbano essere guidati dall’egoismo, pensano che l’individuo debba potersi muovere e rapportare liberamente e, sebbene sia separato da tutti gli altri da una linea naturale, non può fermarsi di fronte a una frontiera istituzionale.

Occupazioni
In una società anarchica la proprietà privata non esiste. Di conseguenza, gli anarchici si oppongono allo stato di abbandono di interi stabili, nelle città e nelle campagne, dovuto al fatto che i proprietari se ne disinteressano e nessun altro ha il diritto legale di accedervi. L’occupazione di edifici in disuso mira a creare spazi sociali o abitativi partendo dal degrado creato dall’attuale organizzazione sociale. Per gli anarchici, a differenza di chi si riconosce in altre ideologie, serve in ogni caso a creare spazi autogestiti, che si collochino fuori dall’autorità statale. Essi hanno il valore di sperimentazione di società alternative, costruite dal basso, che si fondino sui valori di autogestione e solidarietà.
Talvolta, l’occupazione non è possibile per un gruppo e per questi motivi si ricorre ad accordi con l’ente a cui appartiene lo stabile; questa soluzione è però una sorta di “ultima spiaggia” e viene scelta solo dai gruppi più “moderati”.

L’ Anarchia si presenta, a livello teorico, come idea di Società ideale, in quanto considera l’essere evoluto, intelligente e responsabile a tal punto da non aver bisogno di leggi. 

L’uomo talvolta crede di essere stato creato per dominare, per dirigere. Ma si sbaglia. Egli è solamente parte del tutto. La sua funzione non è quella di sfruttare, bensì è quella di sorvegliare, di essere un amministratore. L’uomo non ha nè potere, nè privilegi. Ha solamente responsabilità.

Forse un giorno, potremo raggiungere un livello sufficiente di consapevolezza tale, che l’uomo comincerà a comportarsi da vero essere umano e solo allora sarà possibile tornare ad avere un pianeta che cresca in pace, in armonia e realmente libero.


I Comandamenti del Capitalista

Professione di Fede negli USA

1. Fallo agli altri prima che gli altri lo facciano a te. Riduci in miseria i tuoi prossimi e tratta i loro lavori senza compenso, tariffa o retribuzione per assicurarti un profitto generoso dal più grande schiavo. Instaura il più autoritario dei regimi e non lasciare che alcuna moralità o potere della grande maggioranza interferisca con i più grandi profitti derivati dal preservare le disparità e tutti i poteri della depredazione tanto graditi dai ricchi.

2. Fai sì che in tutte le cose la tua Efficienza determinata dal capitale debba rimanere l’unico dio, e non lasciare che alcuna moralità, libertà o preoccupazione ecologista interferisca con il tuo diritto divino di trarre profitto, recingere o privatizzare a tuo beneficio.

3. Dovrai fare del denaro e del potere il tuo unico dio e obiettivo, e non tollerare nessuna vanità sciocca nel manifestare ad alcuno altre occupazioni o rivelazioni pericolose.

4. Per assicurarti il potere, non dovrai permettere alle persone di possedere o controllare le loro banche centrali (malgrado il Tesoro costituzionale spinga in senso contrario) dato che il debito monetario è il potere nevralgico e la forza motrice di fronte alla quale tutti gli altri impallidiscono e rimangono impotenti.

5. Dovrai possedere e controllare tutti i media e le agenzie di divulgazione delle notizie. Non lasciare che alcun redattore venga preferito per timore dell’influenza delle persone, di quello che vedono, sentono e leggono. Lascia che tutti i libri, i media e l’educazione sviluppino i nostri valori in modo esclusivo. Non lasciare che nessuna dottrina egualitaria né nessuna idea di equilibrio del “fattore” lavoro-capitale interferisca con tutto questo, il nostro progetto grandioso.

6. Farai sì che in tutte le cose la Crescita e la rovina pro capite siano le tue uniche divinità, e vanifica ogni volta l’Equilibrio. Dovrai vedere che l’umanità si moltiplica all’infinito. Non lasciare che sorga alcun equilibrio nella popolazione ché potrebbe servire per far conoscere lo stesso quantum di libertà, spazio terrestre, diritto naturale e piacere anche sui tuoi stessi figli, poiché questo distruggerebbe la nostra Crescita preziosa e proficua.

7. Farai sì che in tutte le cose opporrai resistenza all’Equilibrio, e anche all’equità sia di fattore che di genere, poiché io, il tuo Dio maschile del Cielo, ti ho detto così.

8. Non permettere l’emergere di comuni o cooperative libere, né il subentrare di alcuna iniziativa imprenditoriale no-profit, poiché una simile competizione deve essere temuta e proibita. Privatizza tutto come se fosse tuo diritto. Controlla i regni del potere così la grande maggioranza non disporrà possedimento esente da debiti, né l’accesso a ogni mezzo con cui si possa assicurare la libertà domestica, l’indipendenza e la democrazia.

9. Lascia che il reame della Natura venga conquistato e piegalo ai tuoi scopi di profitto. Brevetta e possiedi tutta la farmacopea della natura. Cambia la natura degli animali e allo stesso modo degli umani per servire i tuoi fini. Rendi off limits quelle terre fertili, quelle piante da cui le masse possano trarre agio, acquisire libertà naturale, assicurarsi rifugio dal nostro Mercato Libero, o inciampare su una qualsiasi rivelazione di una natura non egocentrica, cooperativa e spirituale.

10. Recinta il regno, poiché i senza terra e i dipendenti sono cibo per i tuoi obiettivi più grandi. Permetti che la nostra Interdipendenza sia sempre mediata dal ricco e dal potente, e assicurata nel nome di un’Efficienza che serve soltanto i nostri fini. Cerca di distruggere ogni scampolo di libertà naturale, di Stato e di indipendenza domestica. Fa che il nostro Mercato Libero di neo-schiavitù prevalga e tu ne trarrai profitto oltre ogni sogno più azzardato.

Copyright 2010 – TheCenterForBalance.org
Tratto da Mentereale
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
 

La "monnezza" ora rimbalza in faccia a Berlusconi

Due anni dopo la “monnezza” torna a sporcare non solo le strade campane, ma il tavolo di Palazzo Chigi. La protesta per la discarica a Terzigno si è trasformata in rivolta, vera e propria guerriglia urbana. “E’ un problema di ordine pubblico, non solo di ambiente. Forse c’è dietro la criminalità”, ha detto in Parlamento il ministro Stefania Prestigiacomo.
E se nel primo pomeriggio di giovedì il governo aveva annunciato una riunione d’emergenza, due ore dopo l’emergenza è diventata tale da necessitare la presenza del premier Silvio Berlusconi in Consiglio dei ministri. L’appuntamento è a domani per affrontare sul piano politico la questione rifiuti che per ore è stata giocata per le strade del Comune napoletano, sulla via Panoramica, a pochi passi dalla discarica “incriminata”.
Quello che fino a poco tempo fa era un “problema” ormai “risolto”, adesso per Berlusconi è una grana da affrontare nell’immediato. La protesta dei cittadini, quella del “io la monnezza in casa non la voglio” è diventata guerriglia, scontri violenti tra manifestanti e polizia: lanci di sassi, macchine della polizia in fiamme a Terzigno; il tricolore a fuoco, vetrine dei negozi in frantumi, autocompattatori bruciati a Boscoreale e le travagliate dimissioni del sindaco Gennaro Langella. “Mi dimetto dal Pdl. Non posso essere complice di una scelta così scellerata e grave”, ha detto.
 A scatenare la ribellione violenta anti-discarica è stata proprio la decisione “scellerata” dei parlamentari del Pdl campano, insieme con il governatore Stefano Caldoro e i presidenti delle Province di Napoli, Avellino e Salerno, Cesaro, Sibilia e Cirielli, di dare il via libera alla discarica di Cava Vitiello, la seconda nel Parco nazionale del Vesuvio: in pratica l’immondezzaio più grande d’Europa. Tanto, le province di Avellino, Benevento e Salerno alla “monnezza” napoletana avevano già sbattuto la porta in faccia.
Il popolo di Terzigno e di Boscoreale ha riportato così in strada e con violenza il già grande disagio causato dalla prima discarica aperta, la Sari, che oltre all’odore nauseabondo avrebbe inquinato anche le loro acque. Ora tutto questo rimbalza, a due anni di distanza dall’emergenza rifiuti di Napoli, dritto in faccia a Berlusconi.
Ed è lo stesso Berlusconi “illusionista”, quello che insieme a Guido Bertolaso ha usato un bel trucchetto con la spazzatura in Campania, come ha raccontato Fulvio Bufi sul Corriere della Sera: hanno riempito le buche e le cave che già ci sono con la “monnezza” in eccesso, senza misure di prevenzione, inceneritori, termovalorizzatori e altri siti. 

La migliore barzelletta del Cavaliere



Quando l’altro giorno a Lamezia ho imboccato l’autostrada Salerno Reggio Calabria – la indimenticabile A3, devastata da ingorghi furenti, cantieri, frane, restringimenti e altri disastri – ho capito di colpo la miglior barzelletta di Silvio Berlusconi.
Il premier l’aveva raccontata nel giorno del suo settantaquattresimo compleanno nell’aula della Camera, lo scorso 29 settembre, durante la sua seconda prolusione ai 615 deputati raccolti per giocarsi ai punti la fiducia del suo governo tenuto in vita da multiple fleboclisi e trapianti

Scelse l’istante e la voce. Declamò: “E poi garantiremo la fine dei lavori sulla Salerno Reggio Calabria entro il 2013!” Su quel punto esclamativo esplose come una hola la risata stereofonica, da Sinistra al Centro, dal Centro ai più coraggiosi della Destra. Tanto che il Cavaliere Supremo interruppe la lettura, gonfiò di stupore lo sguardo e ondeggiò di rabbia per la propria maestà miseramente irrisa.

Con i suoi 440 chilometri di asfalti che si sbriciolano, attentati, tangenti, costi gonfiati, la Salerno Reggio Calabria, in costruzione dal 1964, è il più lungo corpo di reato della storia giudiziaria italiana. E’ il simbolo dell’assedio criminale del Sud, della famiglie di ‘ndrangheta che da quasi mezzo secolo si spartiscono gli appalti, chilometro per chilometro, fanno i cantieri e poi li disfano, eternizzando una rapina che fino a oggi ci è costata 9,8 miliardi di euro. Attraversarla è un incubo. E’ il mondo in costruzione a immagine e somiglianza del crimine al potere. E finirà solo quando quel potere sarà sconfitto dalla legge e dagli uomini di buona volontà. Non dalle barzellette. 


Tratto da Vanity Fair


 Sta ormai per arrivare a casa nostra
 il libro con il quale il Cavaliere
 gli exploit del suo governo mette in mostra
 in questo paio d’anni di potere.

 Possiamo anticiparne alcuni brani.
 “Ho già rifatto L’Aquila com’era,
 ma non l’hanno capito gli aquilani
 che restar preferiscono in costiera.

 E’ ultimato il raddoppio della A3.
 Ha distrutto la scuola la Gelmini,
 ma qualche classe ancora in giro c’è
 per i più fortunati dei bambini.

 Mi sono fatto un lodo, l’han bocciato,
 ma un altro me ne sta facendo Alfano.
 Mezzo federalismo è realizzato:
 miseria al Sud ed al Nord il grano.

 Ho ripulito Napoli e dintorni,
  ma continuano ad esser pattumiera.
 La Protezion civil passò i suoi giorni
 fra un massaggio, una stecca e una galera.

 Ho fatto il Pdl, ma un briccone
 l’ha tradito facendone un Calvario.
 Ho sospeso la guerra alle battone
 beccato nel letton con la D’Addario.

 Ho fatto con Gheddafi e Vladimiro
 sostanzialmente solo i cazzi miei,
 ma abbiamo con Tremonti dato il giro
 ai risparmi dei poveri babbei.

 A metà del cammin questo è il bilancio
 e posso assicurarvi che all’arrivo,
 continuando con lo stesso slancio,
 il disastro sarà definitivo.”

 di Carlo Cornaglia
 Tratto da Il Misfatto