USA: Nuovo record del debito pubblico

di Attilio Folliero 
Al 30 settembre, il debito pubblico statunitense ha raggiunto l’ennesimo massimo storico, arrivando a 13.561,62 mliardi di dollari. Barack Obama, dal giorno dell’insediamendo, il 20/01/2009 al 30 settembre ha totalizzato 618 giorni di presidenza. In così poco tempo è riuscito a far aumentare il debito pubblico statunitense di 2.934,75 miliardi, ossia esattamente il 60% del debito accumulato dal suo predecessore George Bush nei suoi 2.922 giorni (8 anni) di presidenza. Al ritmo attuale di crescita del debito statunitense di 4,75 miliardi al giorno, entro il novembre del 2011 e quindi in soli 2 anni e 10 mesi di presidenza l’attuale presidente avrà accumulato lo stesso debito di Bush nei suoi 8 anni di governo, ossia 4.899 miliardi.

Il debito USA è destinato a crecere sia per il fatto che lo stesso bilancio di previsione dell’anno in corso, approvato dal Parlamento USA lo scorso 12 febbraio prevede un limite del debito a 14.294 miliardi, sia peri l fatto che l’accentuarsi della crisi economica sta determinato una forte riduzione delle entrate fiscali, sia per il forte aumento degli investimenti all’estero, oltre 3.500 miliardi di dollari alla data del 31/12/2009, ultimo dato pubblicato dal BEA.
Il 30 settembre è anche la data di chiusura dell’anno fiscale statunitense ed anche quest’anno si è chiuso con un forte deficit, pari al 13,87%, in diminuzione rispetto al 18,80% dell’anno scorso, ma superiore all’11.29% di due anni fa. Per avere un termine di paragone, basta dire che i paesi della Unione Europea (sulla carta) non possono sfondare il 3%; ossia gli USA, che da anni hanno un deficit superiore a quello della Grecia, mai e mai poi sarebbero rientrati nei parametri imposti da Mastrcht ai paesi dell’Unione Europea.
Fra qualche giorno, quando il dipartimento del debito pubblico pubblicherà dati dettagliati del debito, torneremo sull’argomento per parlare dei tempi di scadenza del debito. In questo caso il discorso si fa piu complesso e drammatico, perchè avere migliaia di miliardi di dollari in scadenza in tempi ristrettissimi (6 mesi) imporrà l’affannosa ricerca sul mercato mondiale di somme che se non trovate (ed è impossibile da riuscire a reperire, considerata l’enorme quantità) determineranno scelte molto drastiche da parte dell’Amministrazione Obama. Per il momento il deficit pubblico è pagato, in parte, dai governi dei paesi occidentali che nell’ultimo anno sono intervenuti massivamente in socorso degli USA, sotto forma di acquisto di buoni del debito pubblico. 
A tal fine rimandiamo alla tabella del Dipartimento del Tesoro USA, all’URL http://www.treas.gov/tic/mfh.txt, che mostra per ogni paese la quota di buoni del tesoro USA posseduti. Si nota chiaramente che alla riduzione della Cina (-100 miliardi nell’ultimo anno), fanno da contrappeso i paesi occidentali, che stanno concorrendo all’acquisto massiccio di Titoli USA; ovviamente i governi stanno riversando i conti sui rispettivi popoli, sotto forma di innalazamento delle tasse e riduzione delle spese sociali. Clamoroso il caso del governo inglese che al proprio popolo sta imponendo una manovra da 300 miliardi, per via della crisi – questa la giustificazione – e contemporaneamente ha aumentato il possesso di titoli del debito pubblico Usa di ben 277,2 miliardi nell’ultimo anno, arrivando a detenere oltre 374 miliardi. Lo stesso sta passando in tutti i paesi occidentali, sia pure in misura inferiore rispetto al Regno Unito, Italia compresa che possiede titoli USA per oltre 20 miliardi di dollari.
La crisi negli USA è dunque destinata a peggiorare e fortemente nei prossimi mesi. Chi vive in Venezuela ed ha la fortuna di vedere la pubblictà che passa una piccola televisione come Globovision sa perfettamente la situazione statunitense. Infatti, attraverso la publicità di questo canale i costruttori edili statunitensi stanno cercando di vendere immobili costruiti in Florida ai venezuelani e come recita la publicità “i venezuelani ora possono acquistare l’immobile negli USA, direttamente in Venezuela e pagando comodamente in Bolivar” (moneta nazionale). 

E’ il tentativo estremo, da un lato di vendere immobili a persone che hanno il potere acquisitivo che gli statunitensi ormai non hanno e dall’altro direttamente in Bolivar, per potersi riempire le tasche non di dollari, che ormai tutti sanno essere moneta in via di crollo, ma in una petromoneta, la moneta della più grande riserva petrolífera del mondo (come si accingono a dichiarare prossimamente le imprese internazionali che stanno lavorando alla certificazione delle effettive riserve petrolifere del Venezuela), destinata a rivalutarsi.

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Il sogno dell’elite di controllo mentale è realtà

Il SISDE dà ragione ai “complottisti”. Smentito il CICAP
Un duro colpo per il CICAP e per tutti coloro che si affannano a ridicolizzare chi da anni cerca di far luce sugli aspetti poco noti di alcuni progetti di intelligence. Di siti dove si parla delle moderne possibilità raggiunte dalla Tecnologia del Controllo ne è pieno il web, ma se a dirlo è il SISDE sul proprio sito, il discorso cambia. E fa riflettere. Sul numero 2 del 2010 della rivista Gnosis, rivista italiana di intelligence, troviamo l’articolo: un software per la lettura dell’intelligenza; “non deve stupire più di tanto – leggiamo – anche l’annuncio di qualche mese fa, sulla realizzazione di un software messo a punto da Intel (azienda statunitense, leader nel settore della realizzazione di microprocessori), in grado di effettuare, almeno in parte, la lettura del pensiero della mente umana. 
Il funzionamento del dispositivo è piuttosto semplice (si fa per dire!) e si basa sull’utilizzo di un sistema impiegato per effettuare le risonanze magnetiche. In sostanza il congegno effettua una mappatura delle aree del cervello interessate alla generazione delle parole, in maniera similare a quanto fanno le applicazioni che traducono la voce in comandi e testi. È opportuno ricordare che l’attività cerebrale del cervello si basa su onde elettriche (onde cerebrali) che generano appunto l’attività elettrica cerebrale. Non a caso, mediante l’elettroencefalogramma (EEG) è possibile registrare l’attività elettrica dell’encefalo. Quindi il dispositivo della Intel è in grado di identificare le parole “pensate” dalla mente dell’uomo, di abbinare loro un significato elettrico cerebrale e di costruire, mediante una procedura di apprendimento, una sorta di mappa di collegamento tra le parole pensate e i relativi comandi da generare”.
L’articolo prosegue collegando gli studi sull’attività elettrica del cervello alle presunte facoltà in esso nascoste, come la telepatia e la visione a distanza. Si citano, quindi, vari studi condotti sull’argomento, quali il progetto PEAR sulla forza del pensiero, o il progetto STARGATE sulla visione a distanza, chiudendo con l’augurio che “per quanto concerne lo sviluppo di sistemi di lettura del pensiero, di certo ci vorranno ancora diversi anni affinché si possa parlare di sistemi elettronici di psycho-intelligence, ma la chiave della porta di accesso alla mente umana, è stata realizzata. Per l’intelligence, quindi, si configura una nuova era. Forse siamo nelle condizioni di poter inaugurare una nuova metodologia di raccolta delle informazioni”. E’ il caso di dire che ne vedremo delle belle. A distanza.
Un secondo articolo, sempre ospitato su Gnosis (n. 4/2010), è ancora più esplicito e molto, molto meno “romantico”: “Microchip nel cervello, privacy a rischio”. Qui non si parla di presunte facoltà del cervello umano, ma semplicemente del modo di estrarre informazioni, anche se, si sottolinea, garantendo la privacy! Come si spiega nell’introduzione, “la raccolta continua e incessante di dati per il futuro è affidata allo sviluppo delle tecnologie a radiofrequenze (RFId – Radio Frequency Identification), applicabili all’essere umano e fruibili per ottenere informazioni utili in tempo reale. Sviluppando questo metodo, si potrebbe arrivare molto più lontano, soprattutto utilizzando la tecnologia delle frequenze elettromagnetiche del corpo umano.
Un futuro che, non molto vicino ma neppure troppo lontano, consentirà un flusso infinito di informazioni in tempo reale: addirittura la lettura del pensiero”. L’articolo precisa che “negli Stati Uniti la NSA (National Security Agency), nell’ambito della ricerca delle metodologie per raccolta delle informazioni che si basa sui segnali (SIGINT – Signals Intelligence), ha attivato, da tempo, un programma di ricerca per la codifica delle onde EMF (ElectroMagnetic Frequencies). Va sottolineato che la bontà del sistema SIGINT risiede nella certezza che ogni ambiente è pervaso da correnti elettriche che generano un campo magnetico che origina, di conseguenza, onde EMF. Gli studi condotti dalla NSA, in collaborazione con il Dipartimento della Difesa, hanno dimostrato che queste onde vengono generate anche dal corpo umano, possono essere intercettate ed elaborate minuziosamente da software specifici, ospitati anche da piccoli personal computer”. C’è di che stare tranquilli, quindi: niente più rapimenti alla “Abu Omar” sui cieli di mezza Europa, niente più torture per estorcere informazioni, basterà puntarci un’antenna contro (o dentro?). 
Ancora non ci credete? Eppure L’EMF Brain Stimulation è un dispositivo progettato per le ricerche nel settore neurologico, soprattutto nello sviluppo delle “radiazioni bioelettriche” (EMF non ionizzate). Queste tecnologie (segrete) sono state catalogate dalla NSA come “Radiazioni intelligenti”, meglio identificate come “informazioni elettromagnetiche involontarie diffuse nell’ambiente non radioattive o nucleari”.
Il dispositivo EMF quindi sembra poter operare su una banda di frequenze in grado di “colloquiare” con il sistema nervoso centrale dell’uomo. Inoltre, sembra che questo sistema sia stato già utilizzato per applicazioni di tipo “bring-to-computer-links”, con velivoli dell’Aeronautica Militare statunitense. Attraverso elettrostimolazioni neuronali sarebbe possibile interagire direttamente con l’avionica del velivolo da combattimento e sembra che alcuni esperimenti di “controllo cerebrale a distanza” siano stati condotti dagli UAV utilizzati durante la campagna irachena per la ricognizione del campo di battaglia”. 
Di certo due articoli illuminanti (e traccianti!) che rendono superfluo il CICAP dal momento che complottismo, scienza e paranormale si fondono sempre più in una fosca realtà. Ma a noi piace vedere il lato positivo: non occorreranno più manifestazioni per ostentare il dissenso: i governi avranno la tecnologia per leggerlo nella nostra testa. A quando il televoto neuronale?

retedeicittadini.it

Berlusconi indagato per Strage Mafiosa mentre tutto scorre

Lo sapete che Berlusconi è nuovamente indagato per strage mafiosa dalla procura di Firenze?

 

Mentre sui mass media, tanto per cambiare, tutto scorre e nulla rimane, men che meno questi piccoli particolari che sembrano non avere rilevanza alcuna, mi sono imbattuto nelle seguenti informazioni:
Se ne può chiaramente dedurre che attualmente il primo ministro italiano sia nuovamente indagato per strage mafiosa; in un paese normale cosa dovrebbe succedere?
Non lo so, ma qui Berlusconi è ancora, indisturbatamente, il Presidente del Consiglio e passa il proprio tempo organizzando comizi e tappezzando col suo angelico volto (reso così da un’equipe di grafici che fanno un uso sempre più criminoso di Photoshop) le sempre più povere città italiane.
Povere città (in tutti i sensi) e poveri cittadini che assistono inconsapevoli a questo stupro della Democrazia. Vittime di quest’ignoranza programmata accorrono inconsapevoli per far sì che al danno sia aggiunta anche la beffa.
Figli di un paese nel quale se dicono alla tivù che Francesco Totti si è stirato un muscolo ci impegneremo in mille ragionamenti e congetture sull’andamento del Campionato di Calcio, ma se invece dicono che la Banca Centrale Europea ha modificato il “costo del denaro” nessuno avrà la più pallida idea di come questo potrà influenzare il mercato e toccare da vicino, molto da vicino, troppo da vicino, la nostra vita (e anche drammaticamente più in basso).
Al massimo si farà un monologo alla Roberto Benigni e buonanotte…
E’ arrivato il momento di difenderci (a dire il vero era arrivato già da un pezzo)!
Scrivetelo nei vostri siti, blog, profili di Facebook o da qualunque altra parte e parlatene con chiunque non conosca questa tragica verità:
Berlusconi e Dell’Utri (già condannato per mafia) 
sono attualmente indagati nell’inchiesta 
per la strage mafiosa di Firenze del 1993
Sarebbero tra i mandanti.
Alcuni lettori gagliardi potrebbero pensare che questa sia un’inutile divagazione, una perdita di tempo, un focalizzare sterilmente l’attenzione sul “teatrino della politica”. Eppure la soluzione dei grandi problemi passa per una semplice condizione da raggiungere (semplice la condizione, meno semplice da raggiungere):
quando chi è al potere smette di fare gli interessi della Collettività, 
egli dev’essere preso direttamente a calci in culo dalla Collettività.
Condizione necessaria (ma non sufficiente) affichè questo si verifichi è che la Collettività sia correttamente informata. Condizione necessaria e sufficiente è che la Collettività si alleni a dare calci nel culo.
Il deretano di Berlusconi non sarebbe perfetto per cominciare?

Una lezione per il mondo

DI F. WILLIAM ENGDAHL
Global Research

Di recente, i potentati non eletti della Commissione Europea, noti per essersi sempre opposti alla diffusione di organismi geneticamente modificati (OGM) nell’agricoltura dell’UE, hanno dimostrato un cambiamento di direzione. Ad approvare l’adozione degli OGM, al fianco del presidente della commissione europea, ci sarà il nuovo Commissario all’Ambiente, il revisore contabile maltese John Dalli. L’ex Commissario all’Ambiente, il greco Staros Dimas, era, invece, un feroce oppositore degli OGM. Anche il governo cinese ha comunicato che potrebbe approvare una varietà di riso OGM. Prima che le cose si evolvano troppo, farebbero bene a osservare più attentamente ciò che succede negli USA, dove le colture geneticamente modificate sono tutt’altro che positive, anzi. 
Ciò che viene meticolosamente nascosto da Monsanto e da altre aziende operanti nell’agribusiness, che pubblicizzano colture modificate geneticamente come alternativa a quelle convenzionali, è il fatto che in tutto il mondo, fino ad oggi, le colture OGM sono state utilizzate e brevettate solo per due motivi, il primo dei quali è la tolleranza ai velenosissimi erbicidi chimici al glifosate, che Monsanto e altri costringono gli agricoltori a comprare, come condizione per poter utilizzare i loro semi OGM. La seconda ragione è la resistenza a dei particolari insetti. Contrariamente ai miti promossi dai giganti dell’agribusiness per soddisfare i loro interessi, non esiste un seme OGM in grado di assicurare un raccolto più ricco o che richieda meno erbicidi chimici tossici. Questo semplicemente perché non porterebbe alcun profitto.
Il disastro delle super erbacce 
Come ha notato l’illustre biologa e oppositrice agli OGM, la Dott. ssa Mae-Wan Ho, dell’ Institute of Science di Londra, le aziende come Monsanto rendono i semi immuni agli erbicidi, grazie a un gene non sensibile al glifosate, che codifica l’enzima colpito dall’erbicida. L’enzima deriva da un batterio del suolo, l’Agrobacterium tumefaciens. L’immunità agli insetti è dovuta a una o più tossine derivanti dal batterio del suolo BT (Bacillus thuringiensis). Gli Stati Uniti hanno iniziato la coltivazione su larga scala di piante geneticamente modificate, soprattutto soia, grano e cotone, intorno al 1997. Oggi, le colture genericamente modificate occupano tra l’85% e il 91% delle aree coltivate con le tre colture principali degli USA, che sono appunto la soia, il grano e il cotone, per un totale di circa 70 milioni di ettari.
Secondo la Ho, la bomba a orologeria ecologica portata dagli OGM è in procinto di esplodere. Dopo anni di impiego costante di erbicidi al glifosate brevettati, come il famoso Roundup, prodotto da Monsanto, si sono sviluppate nuove ‘super erbacce’ resistenti agli erbicidi; è la risposta della natura ai tentativi dell’uomo di violare le sue leggi. Queste super erbacce hanno bisogno di ancora più erbicidi.
ABC, uno dei maggiori canali televisivi degli USA, recentemente ha realizzato un documentario sulle ‘super erbacce’ nella rubrica “Super weeds that can’t be killed” (“Erbacce che non possono essere uccise”).
Sono stati intervistati agricoltori e scienziati dell’Arkansas, che hanno parlato di campi invasi da erbacce immuni persino al glifosate. Un agricoltore ha raccontato di aver speso almeno 400.000 euro in soli tre mesi nel tentativo fallito di eliminarle.
Queste erbacce sono così resistenti che nemmeno le mietitrebbie riescono a eliminarle, e se si cerca di estirparle manualmente, gli attrezzi si rompono. Almeno 400.000 ettari di coltivazioni di soia e cotone dell’Arkansas sono stati infestati da questa peste biologica. Informazioni dettagliate sulla situazione in altre zone non sono disponibili, ma si suppone che le cose siano più o meno simili. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, favorevole agli OGM e all’agribusiness, ha mentito sull’effettivo stato delle coltivazioni statunitensi, per nascondere la triste realtà e prevenire l’esplodere di una rivolta contro gli OGM, nel paese che costituisce il principale mercato per questi prodotti.
Una varietà di erbaccia, la Amaranthus palmeri, può crescere fino a raggiungere un’altezza di 2,4 metri, resistendo al caldo opprimente e a lunghe siccità e producendo migliaia di semi con delle radici che rubano i nutrienti alle alter colture. Se lasciata incontrollata, può impossessarsi di un intero terreno in solo un anno. Alcuni agricoltori sono stati costretti ad abbandonare le loro terre. Fino ad oggi, invasioni di Amaranthus palmeri, sono state identificate non solo in Arkansas, ma anche in Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Tennessee, Kentucky, Nuovo Messico, Mississippi e, più recentemente, in Alabama e nel Missouri, tutti paesi in cui si fa uso di colture OGM. Gli scienziati della University of Georgia stimano che due sole piante di Amaranthus palmeri, in 6 metri di filari di cotone, sono in grado di ridurre il raccolto di almeno il 23%. Una sola erbaccia può produrre 450.000 semi. 
 La celata tossicità del Roundup 
Il glifosate è il più usato erbicida negli USA e nel mondo. Brevettato e venduto da Monsanto fin dagli anni Settanta con il nome Roundup, è un componente obbligatorio dei semi OGM dell’azienda. Per averne la prova, basta andare in qualsiasi negozio di giardinaggio, richiederlo e leggere attentamente l’etichetta.
Come ho spiegato nel mio libro “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt), le colture OGM e i semi artificiali sono stati create negli anni Settanta, con il generoso supporto finanziario della Fondazione Rockefeller, sostenitrice dell’eugenetica, come le aziende chimiche Monsanto Chemicals, DuPont e Dow Chemicals. Tutte e tre sono state coinvolte nello scandalo dell’altamente tossico Agente Arancio, usato in Vietnam negli anni Settanta come la diossina, la cui pericolosità è stata tenuta nascosta ai dipendenti, ai civili e ai militari.
I semi OGM da loro brevettati erano considerati un metodo intelligente per aumentare le vendite dei loro composti chimici per l’agricoltura, come il Roundup. I coltivatori devono firmare un contratto con Monsanto, in cui accettano di utilizzare solo il pesticida Roundup. Quindi, i coltivatori sono costretti a comprare i semi e il glifosate velenoso dell’azienda.
All’università francese di Caen, un’equipe guidata dal biologo molecolare Gilles-Eric Seralini ha condotto uno studio che ha dimostrato che il Roundup contiene uno specifico ingrediente inerte, il surfactante poliossietilene, che per l’embrione umano, la placenta e le cellule ombelicali è più mortale dello stesso glifosate. Monsanto si rifiuta di fornire i dettagli sui contenuti del Roundup diversi dal glifosate, in quanto ‘protetti da brevetto’.
Lo studio di Seralini ha scoperto che gli ingredienti del Roundup amplificavano i loro effetti tossici sulle cellule umane, anche in dosi minori di quelle utilizzate nelle aziende agricole e nei prati! L’equipe francese ha analizzato il Roundup a diversi gradi di concentrazione, dalle dose solitamente usate in agricoltura o nei campi, a dosi 100.000 volte più diluite rispetto al prodotto che troviamo nei negozi. I ricercatori hanno identificato un pericolo per le cellule in tutti i casi.
In un opuscolo dell’Istituto di Biotecnologia, volto a promuovere le colture OGM negli USA, in quanto “distruttrici delle erbacce”, il glifosate e il Roundup vengono pubblicizzati come “meno nocivi del sale da cucina”. In tredici anni, negli Stati Uniti, si è avuto un aumento nell’utilizzo di pesticidi di 144.000 tonnellate, mentre avrebbe dovuto diminuire, secondo quanto avevano promesso i “quattro cavalieri dell’apocalisse OGM”. Notevole è l’aumento delle malattie causate da queste sostanze.
Nonostante ciò, dopo l’immissione in commercio dei semi OGM di Monsanto negli USA, tra il 1994 e il 2005 si è registrato un aumento superiore al 1500% nell’utilizzo del glifosate. Negli USA circa 45.000 tonnellate di glifosate vengono usate in prati e aziende agricole ogni anno, e negli ultimi 13 anni, è stato impiegato in più di 400.000 ettari di terreno. Intervistato, il manager sviluppo tecnico di Monsanto, Rick Cole, ha detto che i problemi sono gestibili, consigliando agli agricoltori di alternare le colture e di utilizzare i diversi erbicidi prodotti da Monsanto. L’azienda incoraggia a mischiare il glifosate con altri erbicidi, come il 2,4-D, vietato in Svezia, Danimarca e Norvegia, perché collegato al cancro e a altri danni al sistema riproduttivo e neurologico. Il 2,4-D è un componente dell’Agente Arancio, prodotto da Monsanto e usato in Vietnam negli anni Sessanta.
Gli agricoltori statunitensi guardano al biologico
Gli agricoltori degli USA stanno mostrando sempre più interesse nelle colture tradizionali, che non prevedono l’uso di OGM. Secondo una relazione del Dipartimento dell’Agricoltura, le vendite di prodotti alimentari biologici sono passate dai 3,6 miliardi di dollari del 1997 ai 21 miliardi di dollari del 2008. 
 Il mercato è talmente attivo che le aziende agricole si sono rimboccate le maniche per rispondere alla rapida crescita della domanda, e addirittura spesso si sono verificate delle periodiche mancanze di prodotti biologici.
La nuova coalizione di governo Conservativo-Liberale del Regno Unito ha intenzione di rimuovere il divieto di usare gli OGM nel paese. John Beddington, consigliere scientifico del Governo britannico, in un recente articolo ha detto: “I prossimi dieci anni vedranno lo sviluppo di composti con nuove caratteristiche, come ad esempio la tolleranza alle siccità. Dalla metà del secolo ci saranno possibilità molto più radicali legate alle caratteristiche poligeniche”. Ha poi continuato assicurando: “la clonazione degli animali permetterà l’immunità alle malattie”. Penso che si possa anche evitare di commentare.
Un recente studio dell’Università di Stato dello Iowa e del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, in cui è registrata la produttività delle aziende agricole durante i tre anni di transizione necessari per passare dalla produzione convenzionale a quella organica certificata, ha dimostrato i maggiori vantaggi derivanti dall’agricoltura biologica, rispetto alle colture OGM o a quelle non OGM convenzionali. L’esperimento è durato quattro anni, i primi tre di transizione e il quarto di sola agricoltura biologica, e si è visto che malgrado all’inizio la produttività è crollata, al terzo anno essa si è equiparata a quella delle colture tradizionali, mentre a partire dal quarto anno ha iniziato a crescere, sia per la coltivazione della soia, sia per quella del grano.
Ultimamente è stato pubblicato anche uno studio del’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD), risultato di tre anni di deliberazioni di 400 scienziati e rappresentanti di organizzazioni non governative, provenienti da 110 paesi di tutto il mondo. Si è giunti alla conclusione che l’agricoltura biologica su bassa scala è la soluzione migliore per la lotta alla fame, alle differenze sociali e ai disastri ambientali. Come dice la Dott. ssa Ho, è necessario cambiare il modo di praticare l’agricoltura, prima che la catastrofe si diffonda in Germania, in Europa e nel resto del mondo.

Le 10 Strategie di Manipolazione Mediatica

di Noam Chomsky 
Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media.
1 – La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.

La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. “Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4 – La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

5 – Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti….

7 – Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.

“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori”.

8 – Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti …

9 – Rafforzare l’auto-colpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere agli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

Fonte: http://www.visionesalternativas.com

Noi non siamo brigatisti da social network

L’attentato a Maurizio Belpietro ha un mandante morale digitale, oltre a quelli – arcinoti – in carne e ossa. E’ colpa di Internet. I luoghi «dove non c’è limite all’insulto, non c’è limite alla diffamazione, non c’è un confine fra il grottesco, il cattivo gusto e il rischio vero», scrive oggi il vicedirettore di Libero Franco Bechis. Dove certo, ci sono i gruppi di provocatori di professione (i “troll”), innocui, ma anche i «molto meno» innocui «gruppi organizzati: “il popolo di Grillo”, “il popolo Viola”». Insomma, «i nuovi movimenti politici che nascono sulla rete o su Facebook», le cui discussioni «non sono così diversi da quelli che leggevamo», prosegue Bechis, «nei tazebao e nei foglietti della sinistra estraparlamentare negli anni in cui questa confinava e diveniva spesso serbatoio delle Brigate Rosse» e dove si respira «anche e soprattutto l’odio». Segue pezzo a rinforzo che snocciola commenti che ipotizzano l’attentato sia una sceneggiata provenienti dal sito di Grillo come da quello di Generazione Italia. La firma è quella di Marco Gorra, il giornalista che il 24 dicembre 2009 aveva definito la «innata cialtronaggine» il «minimo comune denominatore del popolo del web». Quell’ «agglomerato indistinto di radicalismo, qualunquismo, settarismo e massimalismo» che avrebbe portato allo «sfacelo» l’opinione pubblica. Non la politica che bestemmia, impreca, millanta milioni di fucili pronti a sparare e spreca il termine “totalitarismo” con cadenza giornaliera. Non il giornalismo che trasforma 55 metri quadri a Montecarlo nel centro del mondo. La colpa è di Internet.
Ma torniamo a oggi. La rete è «una fabbrica dell’odio», rincara Stefano Zurlo sul Giornale: «da un sito all’altra la catena di montaggio della violenza è in piena produzione». «Il linguaggio echeggia a distanza quello degli anni Settanta», argomenta Zurlo, in sintonia con Bechis, «il web è magma che distrugge», un magma che «fa paura». Insomma, «dal volantino ciclostilato al post. Trent’anni dopo il passato, il peggior passato bussa in redazione». Come se a minacciare l’incolumità del direttore Belpietro fosse stato direttamente un aggiornamento di status.
Naturalmente non poteva mancare il gruppo-capo espiatorio. In passato c’è stato chi ha chiesto di bruciare vivo Maurizio Gasparri, chi di uccidere Marco Travaglio, chi altri – ed erano di certo in maggioranza – di far fuori Silvio Berlusconi, possibilmente in modo truce (uno chiedeva esplicitamente “badilate” oppure “lapidazione”). Oggi tocca a “Kill Belpietro“, di cui Libero-News scrive: «al momento ha solo 47 membri ma sono in aumento e in questo clima di tensione, non c’è da dormire sonni tranquilli».
Così come non poteva mancare l’allarme del mondo politico. E così Maurizio Gasparri, a l’Ultima Parola, teorizza connessioni tra la violenza verbale di Grillo e Di Pietro, gli insulti in rete, il clima d’odio e le intenzioni dell’attentatore. Viviana Beccalossi, deputato del Pdl, esplicita: «E’ evidente a tutti che quanto accaduto sia figlio dei toni e dei metodi che, soprattutto in questi ultimi mesi, stanno caratterizzando lo scontro, e non il confronto, politico nazionale. E’ sufficiente navigare sui blog o su Facebook per scoprire, ad esempio, gruppi con centinaia di iscritti, intitolati “Io odio Belpietro”. E l’odio non può che generare quanto accaduto ieri sera a Milano». Da ultimo, come sempre avviene in questi casi, arriva anche il richiamo del ministro dell’Interno Roberto Maroni – non altrettanto solerte nel redarguire i loquaci compagni di partito nei loro deliri verbali – che ribadisce: «E’ necessario abbassare i toni perché certe accuse, che si leggono magari su alcuni siti internet, possono dare a qualche mente malata lo spunto per fare queste cose».
Insomma, l’ipotesi è semplice: siccome le parole sono pietre, e le pietre vengono scagliate in rete, la rete è il mandante morale – insieme agli irresponsabili che in parlamento o nelle redazioni soffiano sul fuoco – di qualunque episodio violento accada nel Paese. Dall’aggressione a Tartaglia all’attentato a Belpietro, passando per i suicidi di adolescenti, il diffondersi della sifilide, il moltiplicarsi di ansie e attacchi di panico, il rimbecillimento dei ragazzi e chi più ne ha ne metta. Il tutto viene di solito riassunto con una espressione ormai familiare: è il “clima d’odio“.
Ma siamo sicuri che questa ipotesi regga a uno scrutinio più attento dei fatti? Io non lo sono affatto. Prima di tutto per ragioni statistiche: anche limitandosi a Facebook, gli iscritti sono oltre 16 milioni solo in Italia. Un gruppo di 47 membri quale reale grado di rappresentatività ha del fantomatico “popolo del web”? Nessuno. La stragrande maggioranza degli utenti non ne conosce nemmeno l’esistenza. Bel modo di diffondere l’odio! Altro che catena di montaggio, insomma, il ciclostilato funziona molto meglio. E poi anche se i commenti sanguinari fossero qualche migliaio – probabilmente lo sono – ciò non giustificherebbe alcuna delle conclusioni tirate dai giornalisti e dai politici sopra menzionati.
In secondo luogo, siamo proprio sicuri che esista un “popolo del web”, più cattivo e violento di quello che circola per le strade di tutta Italia? Non sono forse lo stesso popolo? A meno che qualcosa di intrinseco alla rete, qualcosa di necessario e specifico al mezzo “internet”, non faccia sì che un italiano su due quando accende il computer riponga l’abito dell’agnellino e indossi quello del lupo famelico. E che cosa potrebbe essere questo quid? Nessuno ce lo ha mai detto, nemmeno il Bechis o lo Zurlo di turno.
L’anonimato, forse? Quello che secondo Gabriella Carlucci del Pdl avrebbe trasformato i social media in «pericolose armi in mano a pochi delinquenti che incitano alla violenza, all’odio sociale, alla sovversione»? Peccato che quello dell’irresponsabilità totale, dell’impunibilità in rete sia in larga parte un mito alimentato da ignoranza e malafede. Bechis e colleghi vadano a chiedere al diciannovenne creatore del gruppo “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”, che – pur se coperto dall’anonimato – si è visto apparire la postale sull’uscio di casa.
Tolto l’anonimato, che resta? Io un’idea ce l’ho, ma smentisce l’ipotesi di partenza. La rete, semplicemente, fornisce per la prima volta nella storia una memoria collettiva pietrificata di ciò che pensiamo distrattamente. Una sorta di bar del paese grande quanto il Paese. Dove si legge di tutto, dai corteggiamenti alle elucubrazioni etiliche, dalle frasi nobili agli insulti. Se ciò fosse vero, significherebbe che Internet, molto prima che un’arma, è uno straordinario mezzo di trasparenza e di conoscenza, per chi osservi la realtà sociale. Perché ce la presenta tutta insieme, senza separare gretto e sublime, intelligenza e stupidità. E, come tale, dovrebbe essere concepito come uno strumento di riflessione, non di giudizio.
Perché tutto questo smentisce l’idea che sia la rete a renderci cattivi, violenti, costringendoci a respirare le zaffate di quelli che chiamo i «brigatisti da social network»? Perché indica che quell’odio, se di vero odio si può parlare in tutti i casi, non è figlio della rete, ma di chi la utilizza. Che sia parte del Paese reale, non di quello virtuale. Un odio che, tuttavia, desta stupori emergenziali soltanto quando si guardi alla parte (la porzione del Web sotto i riflettori mediatici) e non al tutto (i milioni di italiani che amano, odiano, si esprimono, litigano). In altre parole, è fisiologico che a molti un personaggio come Belpietro susciti antipatie, anche fortissime. Fisiologico che in un settore limitato della popolazione, di cui magari un suo sottoinsieme ancora incapace di valutare le conseguenze di quanto scrive su Facebook, queste antipatie diventino odio puro, fino al limite di giustificare le gesta di un pazzo. Ma che c’entra internet con tutto questo? A leggere certi commenti sui giornali di oggi sembra che sia stato Facebook in persona a presentarsi su quel pianerottolo con intenzioni omicide!
Non dare le giuste proporzioni al problema è pericoloso. Perché l’idea di una emergenza-odio, in particolare su Internet, potrebbe finire per legittimare leggi liberticide. Come quelle che sono state proposte negli ultimi anni, e che racconto nel mio libro Ti odio su Facebook, come sconfiggere il mito dei “brigatisti” da social network prima che imbavagli la rete. In cui mostro, spero abbastanza chiaramente, che a ogni polemica scaturita dal reperimento mediatico di un qualche “gruppo choc” abbia fatto seguito la presentazione di disegni di legge – a un certo punto si era parlato addirittura di un decreto legge urgente per inserire filtri ai contenuti pubblicabili online – di chiara ispirazione censoria della libertà di espressione su internet. La paura, specie quella manipolata ad arte, genera bisogno di sicurezza: ecco perché questa disinformazione è pericolosa.
Ecco perché non bisogna stancarsi di ribadire il concetto: l’urgenza non è condannare Internet o limitare la possibilità di esprimersi su Internet. Anche da queste parti vale la legge, caro Bechis. L’urgenza è semmai difendere la nostra libertà di dissentire rispetto a questo mare di incompetenza, prima che si tramuti in una ondata di censura.

B E N V E N U T I ! ! !

Ciao amici lettori, 

benvenuti nel mio primo blog di informazione, l’ho intitolato Freeonda proprio perchè nel web ci troviamo in un mare aperto e vasto ma almeno è uno dei luoghi più o meno liberi rimasti! La mia onda libera vorrebbe darvi un utile contributo con l’intento di diffondere l’informazione reale e libera che combatte per il cambiamento: contro il sistema, contro la censura, contro il regime, contro ogni forma di potere, alla ricerca delle crude verità nascoste dai mass-media, per riscoprire quei valori che molti hanno perso da tempo, la dignità, la vera libertà, la consapevolezza e l’autodeterminazione. 


Sono tempi in cui la gente si deve svegliare dal torpore trasmesso dai poteri forti della nostra società destinata a un prevedibile crollo se non ci sarà al più presto un cambiamento. E’ tempo di rivoluzione culturale, è tempo di ritrovare la consapevolezza perduta, è tempo di usare le nostre percezioni e di seguire il nostro istinto senza condizionamenti, è tempo di salire sulla cresta dell’onda e cavalcarla con il buon senso di riprendere il controllo della nostrà vita per il bene comune.

Come disse il grande Che Guevara:

“La rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi”